La famiglia d’origine è la famiglia in cui è nato il bambino, la sua prima e fondamentale appartenenza.
Naturalmente le situazioni familiari che possono rendere necessario un allontanamento del bambino e un intervento di affidamento ad un’altra famiglia possono essere le più diverse.
In alcuni casi possiamo trovarci di fronte temporanee difficoltà che non consentono alla famiglia d’origine, da sola, di occuparsi in modo opportuno dei propri figli, offrendo loro ciò di cui hanno bisogno per crescere. E’ il caso, ad esempio, di una malattia di uno o entrambi i genitori, una carcerazione, un ricovero, ecc.
In molti casi la famiglia d’origine di uno o più minori che necessitano di un affidamento eterofamiliare può essere definita multiproblematica, in quanto famiglia “fragile”, spesso gravata da problemi personali e relazionali dei loro componenti: è una famiglia che temporaneamente non è in grado di rispondere ai bisogni dei figli in modo adeguato, a volte svantaggiata dal punto di vista socio-economico e socio-culturalmente deprivata.

Molto spesso in queste famiglie l’allontanamento del figlio è l’ultimo anello di una catena di interventi, che peraltro non sono riusciti a produrre cambiamenti significativi, nel senso di assicurare al figlio sufficiente cura e protezione.

È possibile individuare alcune tipologie di svantaggi che possono rappresentare delle condizioni di rischio per l’armonioso sviluppo psico-fisico del bambino e che pertanto possono determinare la necessità di un suo allontanamento dalla famiglia:

  • svantaggi materiali,
  • alta conflittualità nella coppia genitoriale;
  • isolamento sociale, geografico, mancanza di reti formali o informali;
  • patologie fisiche o psichiche;
  • devianza (furto, droga, prostituzione).

In alcune situazioni il nucleo familiare non è capace di svolgere la sua fondamentale funzione personalizzante e socializzante, ma può, anzi, essere gravemente disturbante e distorcente. Le incompetenze genitoriali sono spesso alla radice di trascuratezze e violenze fisiche e/o psicologiche nell’infanzia e di devianze preadolescenziali e adolescenziali, che possono condizio­nare tutta la vita. Possono delinearsi varie tipologie di famiglie talmente disturbanti (2) da essere di­struttive:

  • la famiglia conflittuale, in cui regnano profondi disaccordi e tensioni tra i coniugi, incapaci di conseguire un equilibrio. Il ragazzo si sente profondamente diviso, vive sensi di colpa, perenni insicurezze e angosce che gli tolgono la capacità d’affrontare con serenità le sue difficoltà e di superarle senza traumi. Uno dei genitori può, inoltre, far assumere al figlio un ruolo sostitutivo di quello di sostegno in cui l’altro coniuge ha fallito, turbando il suo regolare processo di crescita ;
  • la famiglia violenta le cui debolezze, vulnerabilità psicologiche, lo scarso equilibrio emotivo e affettivo dei genitori, le incapacità di sviluppare relazioni positive di attaccamento si riverberano tutte sul ragazzo, visto come capro espiatorio delle insufficienze familiari e come cuscinetto rispetto alle aggressività  familiari latenti. La scarsa fiducia e la mancanza di autostima dell’adulto vengono camuffate dalla violenza fisica che dà l’impressione di potersi imporre; la scarsa tolleranza impedisce di accettare le inadempienze agli ordini dati e di saper attendere i lenti progressi maturativi del ragazzo che vive in un clima violento e disorientante;
  • la famiglia deviante orienta la propria vita in modo alternativo rispetto all’ordinamento della società. Sono nuclei  in cui sono normalmente praticati prostituzione, tossicodipendenza, criminalità. Tutto questo impedisce al ragazzo di sviluppare un rapporto non conflittuale con la società, avviandolo verso la devianza.

Le famiglie in carico ai servizi sociali non sempre rientrano in una di queste categorie in modo preciso, ma hanno spesso caratteristiche “miste” e questo aumenta la complessità dell’intervento di aiuto.

A proposito dei motivi sostanziali che, al di là della circostanze scatenanti, sono all’origine del provvedimento di affido, è spesso presente una difficoltà nella relazione precoce genitore-figlio, causa profonda della separazione successiva e dell’affido.

I problemi relazionali tra i bambini in affido e i genitori sembrano, a loro volta, fare eco alle difficoltà incontrate dai genitori stessi con le loro famiglie d’origine. Non di rado, infatti i genitori naturali hanno a loro volta un vissuto abbandonico o, comunque, di carenze affettive risalenti al periodo dell’ infanzia.

In ogni caso, quando un bambino viene allontanato dalla propria famiglia non smette di essere figlio di quei genitori.

Ricordiamo che, nei casi in cui si progetta un intervento di affidamento, l’allontanamento è, per definizione, temporaneo e deve, oltre che tutelare il bambino, rappresentare un elemento del percorso di cura di quel sistema familiare in profonda crisi.

L’affido si pone quindi come un aiuto non solo per il minore, ma anche per la famiglia naturale: infatti la separazione temporanea dai figli, unita agli aiuti da parte dei servizi socio-sanitari, può spingerla ad attivarsi e ad investire energia su se stessa, utilizzabile per migliorare le proprie condizioni di vita e le proprie relazioni, superando quelle situazioni che hanno portato all’allontanamento dei minori dal nucleo d’origine.

I rapporti tra la famiglia d’origine e il minore affidato in genere sono mantenuti affinché possa essere assicurato il bisogno di continuità affettivo-culturale.

I genitori naturali durante il periodo di affidamento:

  • Si devono impegnare a mantenere validi rapporti con il minore e la famiglia affidataria affinchè contribuiscano anch’essi alla crescita e educazione del proprio figlio.
  • Devono, inoltre, tenere utili rapporti con i Servizi collaborando, in maniera attiva, agli interventi stabiliti, volti a superare le proprie difficoltà.
  • Devono rispettare i tempi e le modalità degli incontri con il figl, così come concordato con gli operatori dei Servizi coinvolti e/o come prescritti dall’Autorità giudiziaria.

I servizi psico-sociali che hanno in carico il minore e la famiglia affidataria non devono mai perdere di vista l’obiettivo di lavorare affinchè il bambino, laddove la prognosi di recuperabilità genitoriale sia positiva, possa rientrare nella propria famiglia nel più breve tempo possibile.

.Occorre stare particolarmente attenti a questo aspetto: non dobbiamo aspettare che i genitori naturali del bambino diventino perfetti per rimandarlo a casa con loro, perchè altrimenti non rientrerà mai. Se alziamo sempre più l’asticella delle richieste prima o poi tutto va in crisi. Dobbiamo lavorare su piccoli passi e sul sostegno anche a piccoli ma importanti cambiamenti, che ci danno fiducia sulle capacità dei genitori di potersi riprendere cura dei propri figli.

Pertanto se le condizioni lo permetteranno dobbiamo fare in modo che il bambino torni a casa. Anche la famiglia si sentirà apprezzata e giudicata positivamente e questo in genere aiuta a proseguire nel cambiamento.

Queste riflessioni ci portano alla considerazione che per realizzare un buon affido e contemporaneamente sostenere la famiglia d’origine bisogna costruire una dimensione progettuale su più livelli. Il progetto è soprattutto pensiero, prima ancora che organizzazione.

Avere lo spazio per pensare, soprattutto per pensare “insieme”, aiuta a immaginare e costruire una nuova realtà pur di fronte a situazioni molto difficili e poco agganciate ai servizi.

Il progetto dopo essere stato pensato, deve essere scritto.

È quindi necessario:

  • scrivere il progetto;
  • definire chi fa che cosa;
  • costituire un tavolo degli operatori coinvolti;
  • gestire in équipe l’affido e la relazione con la famiglia d’origine;
  • individuare un referente;
  • definire le procedure e i collegamenti;
  • fare le verifiche e l’aggiornamento del progetto;
  • gestire la conclusione dell’affido e, quindi, il rientro nella famiglia d’origine, laddove ciò sia possibile.

Il percorso metodologico di intervento a favore della famiglia naturale e per la tutela del minore

Prima di decidere un progetto di affido, è necessario un approfondito percorso di conoscenza e di  valutazione diagnostica e prognostica della famiglia di origine.

Tale percorso ha l’obiettivo di:

  • capire i motivi relazionali che hanno provocato il pregiudizio del minore;
  • fare una prognosi sulle capacità genitoriali con indicazione degli eventuali interventi terapeutici ed educativi utili al recupero della funzione genitoriale.

Si dovrà poi cercare di ottenere il massimo del consenso da parte dei genitori alla decisione di collocare il figlio in un’altra famiglia.

Si dovrà quindi lavorare con particolare impegno, integrando fermezza e delicatezza, per preparare la famiglia a tale evento, adoperandosi affinché risultino chiari motivazioni e obiettivi del progetto.

Impegnarsi nel costruire una relazione di collaborazione è importante per evitare o ridurre lacerazioni affettive nel bambino.

Contestualmente all’avvio dell’affido si darà vita (o verranno mantenuti, se già in atto) agli interventi di sostegno e cura a favore della famiglia di origine, previsti dal progetto, finalizzati al recupero delle capacità genitoriali. Gli esiti prodotti da tali interventi andranno costantemente monitorati. Sarà anche di fondamentale importanza verificare le reazioni provocate dall’avvio dell’affido, offrendo spazi  e tempi di incontro per raccogliere lamentele, timori, richieste.

Comunque è fondamentale attivare un lavoro psicologico e pedagogico nei confronti della famiglia di origine, anche nelle situazioni in cui si evidenziasse l’impossibilità di un recupero delle competenze genitoriali, per aiutarla a comprendere ed accettare le ragioni della sua incapacità a prendersi cura del figlio, permettendo che altri lo facciano al suo posto .

La famiglia di origine dovrà essere preparata e sostenuta anche nella fase di rientro del bambino in famiglia, dovrà essere aiutata a ridefinire regole  e a stabilire nuovi equilibri relazionali.

Per mettere in pratica questo percorso è necessario uno sforzo costante di comunicazione tra servizi e, ovviamente, la disponibilità ad investire nei percorsi di recupero delle famiglie d’origine attraverso la presenza di un numero adeguato di operatori e la loro formazione permanente e supervisione dei casi in carico, al fine di ipotizzare una reale progettazione in cui utenti e servizio sono co-protagonisti del cambiamento.

Dott.ssa Maria Angela Valenti

Assistente Sociale Specialista